Ecco perché per stare sui social servirebbe la patente

Ecco perché per stare sui social servirebbe la patente

“Che c’è di male, hanno solo ucciso un extracomunitario” “Se l’hanno stuprata vuol dire che se l’è andata a cercare” “Guardala quanto è cessa, sembra n’omo” “Il Covid non esiste” “La terra è piatta” “Quando c’era LVI si stava meglio”.

E’ arrivato il momento di fissare qualche regola. A costo di sottrarre qualche milioncino alle casse dell’impero, ma è arrivato il momento che Zuckerberg &Co prendano atto della loro immensa responsabilità.

Mi spiego. E parto da alcuni esempi molto banali: per fare l’avvocato bisogna abilitarsi, per poter studiare medicina bisogna superare i test d’ingresso, per partecipare alle olimpiadi bisogna allenarsi costantemente e diventare dei campioni. E non serve neanche andare così oltre, pensiamo alla cosa più banale che ci viene in mente: per guidare l’auto bisogna prendere la patente, bisogna cioè superare un esame che attesti che si è capaci di guidare e che si conoscono le basi del codice della strada.

Perché allora non fare lo stesso con i social? Perché non regolarizzarne l’accesso e la permanenza sulla base di alcune elementari regole di legalità, civiltà, intelligenza, competenza e cultura?

Oggi, chiunque possegga uno smartphone (la macchina nuova fiammante) e una connessione a internet (la benzina dall’odore inebriante) può in un istante scaricare un’app (mettere in moto) e affacciarsi solennemente nel mondo, scrivendo un post, postando una foto, facendo una diretta video: ma se non conosci i divieti, le indicazioni, i pericoli, i limiti, le direzioni da prendere, rischi molto probabilmente di farti male o, ancor peggio, di far male a qualcun altro.

Immaginate un sistema così congeniato, in ogni campo: un analfabeta che tiene un corso di letteratura all’università, un pesce rosso che dà lezioni di canto, un ubriaco (per tornare al mio esempio banalissimo) alla guida di un suv.

Già, perché tutte le parole, le foto, i video e ogni forma di comunicazione – e il modo veloce e ramificato con cui essa si veicola e raggiunge un numero illimitato di persone – è tanto affascinante quanto potenzialmente pericolosa. Si diffonde come un’eco, si propaga come un’ideologia, si trasforma e si plasma in un gesto violento. E diventa legge, leader, cronaca nera.

Ricordo le voci fuori campo di certi tipi strani, disadattati, ignoranti o un po’ fuori di testa che, dal barbiere o al bar davanti al terzo campari e vodka, passavano il tempo raccontando storie ed esprimendo pensieri e opinioni difficilmente condivisibili dal resto della clientela presente: ecco, oggi quei tizi hanno le chiavi in mano, hanno scaricato quell’app e hanno il potere di dire quelle stesse cose a un pubblico potenzialmente enorme. In molti leggono e non capiscono senso e contenuto di quello che leggono, in moltissimi non si chiedono quale sia la fonte e dunque non conoscono l’attendibilità di ciò hanno appena letto.

Però lo mipiaciano, lo commentano, lo condividono, lo “regalano” a migliaia di altri utenti che, come loro, guidano contromano in quell’autostrada di opinioni, bisbigliate o urlate. E così la rete diventa politica, etica, società, storia.

Che c’è di male, hanno solo ucciso un extracomunitario” “Se l’hanno stuprata vuol dire che se l’è andata a cercare” “Guardala quanto è cessa, sembra n’omo” “Il covid non esiste” “La terra è piatta” “Quando c’era LVI si stava meglio”. (Sì, le ho ripetute, perché non vanno ignorate o dimenticate).

Queste frasi che una volta sentivamo dentro un bar e dentro a quel bar speravamo morissero per sempre, frasi che ci facevano andare di traverso il caffè, che ci facevano indisporre, vergognare, oggi sono prassi: amplificate dal mezzo, legittimate da esponenti di partito che su esse costruiscono il consenso, pubblicate da giornali che le riportano come notizie quando in realtà altro non sono che clic su fruttuosi banner pubblicitari.

E così Zuckerberg&Co diventano sempre più ricchi, mentre noi diventiamo sempre più poveri. Poveri dentro. “Buonisti” come ci chiamano loro, loro che hanno riscoperto l’orgoglio di essere cattivi. Italiani, padri, madri, cristiani, sani, belli: ma cattivi.

Fate qualcosa Zuckerberg&Co, siete ancora in tempo per contenere l’uragano. La farfalla, dall’altra parte, ha già battuto le ali.  

 

Di Francesco Giamblanco  

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