Desiderio di successo e paura di fallire, due trappole mentali insidiose

Desiderio di successo e paura di fallire, due trappole mentali insidiose

Quando il desiderio di successo diventa un’ossessione

In una società come la nostra, improntata sulla competizione, accresce in molti il bisogno di ottenere successo. Allo stesso tempo, in molti altri diventa sempre più insostenibile la paura di fallire.

Il comportamento di ognuno è determinato da motivi e bisogni diversi.

Desiderare di raggiungere un traguardo (o, più in generale, sognare il successo) è del tutto naturale, così come lo è la paura di non arrivare mai a quel traguardo.

È importante avere degli scopi, grazie ai quali si evita di perdersi in routine nocive e inconcludenti.

Tuttavia, perseguire obiettivi poco realistici (lontani dalle proprie competenze), lasciarsi ossessionare dall’idea del successo e dalla conquista della meta desiderata, può recare sofferenza.

Similmente, anche un’eccessiva paura di fallire può arrivare a compromettere il funzionamento lavorativo e sociale della persona.

Desiderare il successo può innescare meccanismi che potrebbero lontanamente richiamare quelli legati alle dipendenze. Per esempio, una volta raggiunto il traguardo prefissato, si potrebbe provare un forte entusiasmo. Tuttavia, in tempi successivi, potrebbe aumentare l’insoddisfazione perché quelle emozioni non sono più sufficienti, subentrerebbe così la necessità di riprovarle o di voler vivere altre emozioni ancora più intense. In aggiunta, volgendo l’attenzione verso chi ha raggiunto traguardi migliori, aumenta il senso di inadeguatezza e il bisogno di far meglio di altri.

 

Fallire fa bene

Fortunatamente, il fallimento non sempre è stigmatizzato, al contrario è considerato una tappa fondamentale per raggiungere il successo. Non per nulla, storie di successo di personaggi noti, che sono partite dal fallimento, sono spesso citate da life coach e formatori motivazionali.

Viene ricordato, ad esempio, Thomas Edison che, prima di arrivare alla lampadina, ha eseguito migliaia di tentativi. Michael Jordan ricorda con orgoglio migliaia di tiri andati a vuoto e centinaia partite perse. J.K Rowling ha dovuto attendere molto tempo, prima che una casa editrice accettasse il manoscritto di “Harry Potter e la pietra filosofale”.

Si potrebbe continuare ancora per molto con l’elenco di storie simili a queste, le quali, molto probabilmente, sono utili ad accendere gli animi e a motivare ognuno di noi.

Eppure, è evidente che per ogni J.K Rowling, vi sono migliaia di scrittori, altrettanto validi, che hanno continuato a ricevere rifiuti e porte in faccia dalle case editrici. Per ogni Michael Jordan, chissà quanti giocatori hanno dovuto abbandonare precocemente il campo da basket.

 

Dunque, che fare?

Se dopo una serie di fallimenti, non si raggiungesse il successo sperato, si diventerebbe falliti del tutto? Ha senso porre una bandierina alla fine di una corsa per decretare il proprio livello di successo o fallimento, ponendo così un’etichetta alla propria persona?

Ragionando in altri termini, potremmo intendere fallimento e successo, non come valutazioni di noi stessi e delle nostre vite ma come effimeri momenti di relativa importanza.

Secondo la Teoria della autodeterminazione (SDT), sviluppata nel 1985 da Deci e Ryan, le azioni compiute come fine a se stesse, secondo la propria libera volontà e per puro interesse, hanno come risultato un ottimo coinvolgimento e creatività. Tali comportamenti, definiti “autodeterminati”, sono indotti dalla motivazione intrinseca che si differenzia da quella estrinseca (relativa alle azioni svolte per ricevere una ricompensa).

Gli autori fanno anche notare come la motivazione intrinseca sia maggiormente presente nel periodo prescolare, andando poi a scemare negli anni successivi, quando in realtà andrebbe incentivata.

Dunque, intraprendere un compito per ricevere premi, approvazione e traguardi, non fa altro che spostare la propria attenzione su ciò che così come arriva, svanisce, proprio come gli effetti di una sostanza psicoattiva.

Invece, la gratificazione personale nel portare avanti un progetto, il benessere e la soddisfazione che si prova nello svolgere il lavoro che piace, sono un qualcosa di autentico, insostituibile con applausi e fama.

Van Gogh, durante i suoi ultimi 10 anni di vita, ha dipinto centinaia di quadri e ne ha venduto soltanto uno. Oggi potremmo dire che nel suo campo, per gli uomini del suo tempo, aveva decisamente fallito.

Eppure, cos’è quell’effimero “fallimento” decennale, dinanzi alle emozioni che è riuscito a provare mentre creava le sue opere, o dinanzi a quelle che riesce a far provare a intere generazioni che, da oltre un secolo, si lasciano incantare dai suoi capolavori?

 

Virginia Avveduto – dott.ssa in Psicologia Clinica e della Salute

 

 

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