Domani arriverà lo stesso: intelligenza artificiale, autodeterminazione e responsabilità umana

Citando Vasco Rossi: «Voglio trovare un senso a questa storia…»
Il 19 settembre Donald Trump ha annunciato l’intenzione di creare una nuova “AI Force” dedicata all’intelligenza artificiale e di nominare, in futuro, un nuovo “AI czar”. Non ha fornito molti dettagli sulla struttura o sui compiti dell’iniziativa, ma ha ribadito di non voler ostacolare la crescita del settore e ha sostenuto che eventuali condotte dannose possano essere affrontate attraverso gli strumenti giuridici già esistenti.
Nello stesso giorno ha anche proposto, attraverso un sondaggio, di cambiare il nome dell’intelligenza artificiale, suggerendo espressioni come “Superior Intelligence”, “Extreme Intelligence” o “Supreme Intelligence”.
Forse queste righe bastano a evocare quel futuro distopico che, per decenni, abbiamo immaginato tra le pagine della fantascienza.
Tuttavia, mettendo da parte inquietudine, reel, immagini kitsch, titoli clickbait, slogan, clamori e torpori, vorrei proporvi un breve momento di riflessione su ciò che siamo e su dove siamo.
La domanda non è più soltanto cosa può fare l’IA
A quasi quattro anni dalla diffusione di ChatGPT e dalla rapida espansione dell’intelligenza artificiale generativa, forse le domande da porci non sono più soltanto: “Cosa può fare l’IA?” oppure “L’IA sostituirà alcune capacità umane?”.
Sappiamo già che questi sistemi riescono a simulare numerose prestazioni che associamo all’intelligenza umana: scrivere, sintetizzare, produrre immagini, programmare, analizzare informazioni, generare idee e sostenere conversazioni. Questo, naturalmente, non significa attribuire loro esperienza soggettiva, consapevolezza o autocoscienza.
Questa volta, allora, potremmo chiederci:
Perché dovrebbe sostituirci?
Quale sarebbe il senso?
Come scegliamo di governare la transizione tecnologica in atto?
Ed è qui, credo, che si trova il punto centrale di questa riflessione: il problema non è soltanto capire fin dove potrà arrivare l’intelligenza artificiale, ma decidere fin dove vogliamo smettere di arrivare noi.
Francesco Guccini, ne La canzone delle domande consuete, scrive
“Rimanere così, annaspare nel niente,
custodire i ricordi, carezzare le età
È uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
Del diritto alla felicità”
Queste parole mi richiamano proprio l’atmosfera dei nostri tempi: il rischio di rimanere bloccati tra il passato e l’attesa di ciò che verrà, rinunciando, nel frattempo, alla possibilità di scegliere e di partecipare attivamente alla costruzione del nostro futuro.
Se lasciamo che il cambiamento semplicemente “accada”, senza interrogarci sulla direzione che vogliamo dargli, il rischio non è soltanto quello di perdere alcune capacità, ma di rinunciare progressivamente al nostro potere di scelta.
La questione, però, va ben oltre Trump o gli Stati Uniti. La domanda che mi interessa è un’altra: quanto possiamo permettere che decisioni capaci di modificare profondamente il nostro modo di pensare, lavorare, creare e relazionarci rimangano concentrate nelle mani di pochi, mentre tutti gli altri restano semplicemente spettatori?
Come canta Bob Dylan in Blowin’ in the Wind:
«How many times can a man turn his head…?»
Quante volte possiamo voltarci dall’altra parte?
Forse oggi “non voltare la testa” significa anche questo: non limitarci a osservare ciò che l’intelligenza artificiale diventerà, ma continuare a guardarci intorno, a interrogarci e a esercitare il nostro senso critico.
Intelligenza artificiale e autodeterminazione
Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale pone interrogativi importanti rispetto a diritti, libertà e capacità umane. In questa riflessione vorrei soffermarmi soprattutto su un concetto: l’autodeterminazione, ovvero, in senso generale, la possibilità di orientare autonomamente le proprie scelte.
Dopo la Seconda guerra mondiale, il principio di autodeterminazione assunse un ruolo centrale nel diritto internazionale. È richiamato già nella Carta delle Nazioni Unite e successivamente affermato, nel 1966, nell’articolo 1 dei due Patti internazionali sui diritti umani:
«Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione».
In virtù di tale diritto, i popoli possono determinare liberamente il proprio status politico e perseguire il proprio sviluppo economico, sociale e culturale.
Naturalmente, il concetto giuridico di autodeterminazione dei popoli e quello psicologico di autodeterminazione individuale non coincidono. Ma condividono una domanda di fondo che, oggi, mi sembra particolarmente importante: chi decide la direzione della nostra esistenza?
Eppure questo fondamentale principio sembra, a volte, essere finito sotto i tappeti delle nostre tiepide case.
Accendiamo lo smartphone e, con nonchalance, diciamo:
“Ciao Chat, scrivi un articolo per il mio sito?” — se ve lo stavate chiedendo, nel mio caso è andata diversamente, per fortuna.
Oppure: “Ehi Chat, fai i compiti di matematica al posto mio”.
O ancora: “Realizza un quadro per la prossima mostra”; “Componi una canzone per il mio disco”.
“Scrivi un messaggio romantico e, allo stesso tempo, enigmatico”.
“Dimmi se è il caso di continuare a frequentare questa persona”; “Dimmi cosa devo fare in questa situazione”.
E magari, tra qualche anno — o tra qualche mese —:
“Dimmi come devo pensare”.
Autodeterminazione: dal diritto alla psicologia
In psicologia, l’autodeterminazione rimanda alla possibilità dell’individuo di orientare le proprie scelte e il proprio comportamento sulla base dei propri valori, bisogni e motivazioni.
Nella Self-Determination Theory, Edward Deci e Richard Ryan individuano tre bisogni psicologici fondamentali: autonomia, competenza e relazione. L’autonomia, in particolare, riguarda la possibilità di percepirsi come partecipi e autori delle proprie azioni, anziché semplicemente trascinati o determinati dall’esterno.
Ed è proprio questo aspetto che mi sembra particolarmente importante nel rapporto con l’intelligenza artificiale.
La domanda, allora, non è soltanto:
“L’IA può fare questa cosa al posto mio?”
Potremmo aggiungerne un’altra:
“Voglio che la faccia al posto mio?”
E ancora:
“Che cosa accade alla mia capacità di farla, di sceglierla o di comprenderla se smetto progressivamente di esercitarla?”
Questo concetto è fortemente in sintonia con alcuni dei principi fondamentali su cui si basa un altro modello teorico in psicologia: l’Analisi Transazionale.
Ognuno è OK: ogni persona possiede valore e dignità, indipendentemente dai suoi comportamenti o dalle sue difficoltà.
Ogni persona ha capacità di pensare: salvo gravi compromissioni, ciascuno può comprendere, valutare e partecipare attivamente alle decisioni che lo riguardano.
Ognuno decide il proprio destino e queste decisioni possono essere cambiate: siamo condizionati dalla nostra storia, ma non completamente determinati da essa.
Perché riprendere proprio questi concetti parlando di intelligenza artificiale?
Perché ci ricordano qualcosa di molto semplice e, oggi, forse non così scontato: l’essere umano non è soltanto il destinatario del cambiamento. Può pensarlo, valutarlo, discuterlo e contribuire a orientarlo.
Dalla delega alla responsabilità
È una sfida importante quella che abbiamo davanti, e ci riguarda tutti.
Tornando alla psicologia e alle neuroscienze, Vittorio Gallese ci invita a riflettere proprio sulla responsabilità che accompagna questa trasformazione, parlando della necessità di «pensare le condizioni del nostro stare al mondo» in un paesaggio in mutazione.
Quelle condizioni, però, non riguardano soltanto chi sviluppa le tecnologie o chi prende decisioni politiche ed economiche. La responsabilità riguarda anche il modo in cui noi scegliamo di utilizzarle.
Con la sua voce roca e potente, Patti Smith canta:
«People have the power».
Il potere di partecipare alla direzione del cambiamento e di non consegnarla semplicemente ad altri.
E un altro cantautore a cui sono affezionata, Francesco De Gregori, ci ricorda:
«La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso».
Già: nessuno si senta escluso. Ma aggiungerei anche: nessuno si senta deresponsabilizzato.
Ed è da qui che arriviamo, forse, alla domanda più importante.
Quali capacità vogliamo preservare?
Come esseri umani possiamo iniziare a chiederci quali capacità e quali diritti vogliamo preservare nella trasformazione in corso.
Perché il punto non è soltanto quali capacità potrà acquisire l’IA, ma quali non vogliamo perdere noi e cosa possiamo fare con l’IA.
Preservare la capacità di pensare, di riflettere, di creare, di stare anche in uno spazio vuoto nel quale formulare idee e immagini proprie. E, qualora se ne sentisse la necessità, utilizzare la macchina per modificarle, approfondirle o metterle alla prova.
Preservare la capacità di comprendere un testo articolato e studiarlo, magari insieme alla macchina.
Preservare la capacità di scegliere in base ai nostri bisogni e ai nostri valori, eventualmente dopo aver utilizzato la macchina per ampliare la nostra riflessione, ma senza consegnarle la decisione.
Preservare la capacità di comprendere gli stati mentali propri e altrui, di entrare in relazione con l’altro e, semmai, utilizzare la macchina per migliorare tale comprensione, non per sostituirla.
Questi sono soltanto alcuni esempi.
E credo che una delle cose più etiche che possiamo fare sia domandare e domandarci: cercare un senso in questo divenire e riflettere sul significato delle nostre azioni.
Va bene sbagliare, fare tentativi, fermarci, cambiare idea.
Il processo è ciò che ci rende umani, non soltanto il risultato.
Dare valore al processo potrebbe essere una delle strade per non perderci. Non abbiamo bisogno di avere sempre tutto immediatamente pronto e confezionato. Possiamo attraversare una domanda prima di arrivare alla risposta, sostare per qualche tempo nel dubbio, formulare un pensiero imperfetto e poi modificarlo.
Possiamo utilizzare l’intelligenza artificiale senza rinunciare alla fatica di pensare.
Forse, allora, il rischio non è soltanto che l’intelligenza artificiale acquisisca sempre più capacità che associamo all’essere umano. È che, attratti dalla possibilità di eliminare la fatica, l’errore, l’attesa e l’incertezza, siamo noi a smettere progressivamente di esercitarle.
La questione diventa così quale rapporto vogliamo costruire con la macchina:
uno strumento al quale consegnare progressivamente il nostro pensiero oppure uno strumento attraverso il quale provare ad ampliarlo?
Ed è forse qui che autodeterminazione e responsabilità tornano a incontrarsi.
Domani arriverà lo stesso. La questione è chi vogliamo essere in questo domani.
Pensato e scritto da Virginia Avveduto (Psicologa-Psicoterapeuta Analitico Transazionale)
Corretto da Chatgpt (E… supervisionato e ricorretto dall’autrice 😀 )
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