Ragazzi, come state?

Ragazzi, come state?

In tutto questo trambusto, tra una rincorsa di Ciampolillo e un urlo della Meloni, mi piacerebbe soffermarmi su quei ragazzi in penombra davanti alla webcam.

Si alzano dopo una ventina di snooze della sveglia, precisamente 5 minuti prima della lezione. Il corpo è superfluo, perché non ha feedback, non è visto, è sufficiente la sagoma appena percepibile. Quindi perché vestirsi? Perché curarsi dell’igiene se non conta più l’Io Corporeo?
Lo sforzo mnemonico è quasi nullo, ci pensa lo smartphone a trovare le risposte, anche durante l’interrogazione.

“Sono diventati apatici” è la lamentela ripetuta all’unisono da genitori e insegnanti. “Non ce la fanno più i nostri ragazzi” continuano imperterriti da mesi.
Colpa della Dad, del virus e del governo. Sicuramente, e non solo.
Senza parlare di colpe, iniziamo a chiederci da dove possiamo inziare per capire come aiutarli. Al di là di quando torneranno in presenza, bisogna impedire che questo tornado che ha travolto tutti, non lasci incurabili ferite. Non è più sufficiente la soluzione del “torniamo in presenza”, non basta. D’altronde non sarà un banco condiviso a cancellare l’apatia e gli effetti di una pandemia. Bisognerebbe iniziare da altro.

Ad esempio, potremmo iniziare a illuminare le stanze, a guardarli negli occhi e a chiedere loro Come state? Da cosa vi nascondete? Perché valorizzate il vostro aspetto solo se è visto da altri? Come vi trovate a casa vostra? Perché non riuscite a studiare? Qual è la vostra motivazione per cui aprite un libro e apprendete dei concetti? E di nuovo, come state? Raccontateci.
Quali emozioni provate? Ecco, parlateci della vostra rabbia, delle vostre paure.
Il corpo può comunicare anche attraverso una webcam: gli occhi, il sorriso, i gesti, partiamo anche da questo corpo che non ha nulla di mutilato ma è intatto ed espressivo.

Questi sono tutti aspetti che vanno coltivati a prescindere dalle pandemie. Più si rafforza la psiche dei giovani, più saranno in grado di affrontare anche la peggiore delle catastrofi.
La strada più facile è far spallucce e dire “I ragazzi non ce la fanno”, dando a ruota tutte le colpe al PC, alla connessione che salta, ai genitori che passano l’aspirapolvere durante le interrogazioni, ai banchi a rotelle e al governo.

Ancor prima di dire che i vostri studenti non ce la fanno, che sono pigri e apatici, chiedete loro “Ragazzi, come state?”
Iniziamo da qui.

 

@VirginiAvve (account Twitter)

 

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